Siamo coscienti dell’incoscienza artificiale?

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Esiste una coscienza dell’intelligenza artificiale, o è meglio parlare di incoscienza?

Le macchine si stanno evolvendo. Prima davamo loro delle regole, ora abbiamo anche macchine che estraggono le regole dai dati che elaborano, facendo così delle previsioni che noi esseri umani dobbiamo valutare.

L’input non è più una regola pre-impostata, e l’elaborazione della macchina è finalizzata all’ottenimento di un risultato.  I dati che forniamo devono essere privi di bias e dati per funzionare al meglio. Che impatto ha sull’output?

La verità è che, umanamente, abbiamo dei pregiudizi, e questo rischia di influenzare il nostro lavoro con le macchine. Se, infatti, noi possiamo accorgercene e correggere, così non è per le macchine. Quindi, come possiamo lavorare con l’incoscienza dell’intelligenza artificiale? Possiamo farlo attraverso la nostra umanità, e studiare senza spaventarci.

I risultati rischiano di essere influenzati da questi bias, e dobbiamo valutarli. Siamo però fortunati, perché usare la macchina è un’enorme ricchezza. Il modo di usarla e il futuro che ne scaturirà è tutto nelle nostre mani.

L’oggetto non ha colpe o fini, siamo noi a influenzarlo e a usarla in modi diversi, quindi un lavoro multidisciplinare è il modo migliore per creare un risultato efficace.

Chi decide tra uomo e macchina? Se l’AI riceve un set di dati e gli input confermano i dati, i bis rischiano di crescere esponenzialmente. Il risultato delle macchine è potenzialmente corretto, ma solo se lo sono i fattori esterni, e la macchina non può porsi le domande in modo giusto.

Le macchine danno solo risposte, noi dobbiamo farci le domande.

Le risposte delle macchine sono date dal calcolo, le nostre sono più complesse. Come esseri umani, abbiamo delle emozioni che ci arricchiscono, mentre la macchina ha una competenza specifica, ma non una coscienza o una comprensione del risultato.

Le decisioni vanno prese con le nostre emozioni, aiutati dagli algoritmi.

Quando dobbiamo usare una macchina, dobbiamo parlare di fiducia: possiamo fidarci della macchina? La decisione diventa una sorta di scienza, perché non c’è reputazione o fiducia come negli esseri umani, ma c’è una fiducia computazionale.

Possiamo fidarci di una macchina incosciente delle sue previsioni? No, ma dobbiamo farlo. Spesso delegare è più semplice e veloce, ma dobbiamo essere certi che quella fiducia sarà ben riposta e porterà a un risultato che potremo monitorare.

Le decisioni che possiamo delegare alle macchine non sono tutte uguali: molte possono essere delicate o avere a che fare con temi etici o legali. 

Oggi con l’AI abbiamo molti più dati e un minor costo di gestione, quindi è molto più semplice e rapido raccogliere e analizzare i dati e creare analisi accurate.

Per raggiungere, appunto, obiettivi più accurati, la formazione è fondamentale, per dare alle macchine gli strumenti per delle previsioni e delle analisi accurate.

Non si può pensare di fare previsioni accurate al 100% perché la tecnologia non è onnisciente e perfetta.

Dobbiamo credere alle macchine? Quanto – se – dobbiamo essere critici?

Le macchine non sono positive, né negative, né neutre. Dipende tutto dai valori di chi la costruisce e di chi la usa. Se la macchina non ha una coscienza, non ha le capacità che contraddistinguono noi umani. Le tecnologie però sono influenzate dalle emozioni e dai valori delle persone che le creano.

Per lavorare con le macchine al meglio, dobbiamo quindi unire le competenze più trasversali possibile, da tutti i campi di studio: filosofi, economisti, informatici e altro ancora, per creare qualcosa di nuovo. La multidisciplinarietà offre ricchezza alla valutazione del dato e dell’output. La macchina è l’insieme delle parti, noi siamo di più.

Il nostro ospite: Massimo Chiriatti
Massimo Chiriatti è Chief Technical & Innovation Officer di Lenovo e autore del saggio “Incoscienza Artificiale”.

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